La Via dei Lupi di un “Lupo Solitario”

La mia Via dei Lupi
23 Marzo 2020
Ricevuto e pubblicato un nuovo diario da un escursionista
23 Marzo 2020

di Raul Nicolini
Pubblicata il 22 marzo 2020

La storia:

Mi chiamo Raul Nicolini, ho 61 anni e ho percorso la Via dei Lupi in solitaria.

La scorsa primavera, parlando con amici che condividono con me la passione per i cammini, vengo a conoscenza dell’esistenza della Via dei Lupi. Preso dalla curiosità, vado sul sito a dare un’occhiata alle tappe. La prima impressione che ne ricavo è di tappe “difficili” principalmente per il dislivelloda superare, tappe per persone giovani per giovani in forma. Lì per lì lascio perdere, dato che non sono più giovane, ma col passare del tempo mi ritrovo spesso sul sito ad approfondire; scarico le tracce GPS e me le studio sullo smartphone e su Google Earth. A poco a poco si fa strada l’idea di provarci e di farla in solitaria, un po’ per mettermi alla prova e un po’ per fare un’esperienza per un periodo così lungo.E comunque confidavo di conoscere persone sul cammino e di fare qualche tappa assieme.

Pianifico il cammino in dodici tappe, accorpando la 5a e la 6a e saltando la 9a (per l’impossibilità di trovare da dormire a Civita d’Antino ed anche perché avevo letto che è praticamente tutta su asfalto, condizione che non amo molto).
Il periodo scelto è quello delle mie ferie, la prima quindicina di agosto, che non è proprio quello più adatto, sia per il caldo che per la ricettività limitata, ma non potendo scegliere…

Le mie tappe sono:
1- Modena – Tivoli – S.Polo dei Cavalieri
2- S.Polo dei Cavalieri – Licenza
3- Licenza – Riofreddo
4- Riofreddo – Cervara
5- Cervara – Livata – Jenne
6- Jenne – Trevi
7- Trevi – Morino
8- Morino – Civita d’Antino – Villavallelunga
9- Villavallelunga – Pescasseroli
10- Pescasseroli – San Donato Val Di Comino
11- San Donato Val Di Comino – Santuario Madonna del Canneto
12- Santuario Madonna del Canneto – Civitella Alfedena

31–07–20191ª tappa (Modena – Tivoli – S.Polo dei Cavalieri):
La mattina, zaino da 9 kg in spalla, parto da Modena in treno ed arrivo a Tivoli a mezzogiorno con un caldo terribile. Mi metto il cuore in pace e parto. Percorro la prima tappa, non troppo lunga, ed arrivo a S. Polo nelle prime ore del pomeriggio. Molto accaldato dalla salita finale, mi fermo nella piazzetta del paese, gremita di persone che, cercando un po’ di fresco echiacchierando, fanno venire l’ora di andare a cena. Riempio le mie borracce di acqua fresca alla fontana e telefono alla Valentina del B&B Camere Palazzetto Leonardi che mi ospiterà per la notte. Molto gentile, mi viene incontro e mi porta in un palazzo del ‘400 in centro. Ottima camera, bella location e buona colazione sono il risultato.
Sbrigate le faccende ‘domestiche’ (bucato e doccia), vado a cena al ristorante “Il Braciere” indicatomi da Valentina. Esagero un po’ col cibo, ma come si fa a resistere alle prelibatezze che il menù offriva. Comunque mi riprometto di limitarmi nei prossimi giorni.</p>

01–08–20192 ª tappa (S.Polo dei Cavalieri – Licenza):
Al mattino di buon ora saluto la Valentina e parto verso Licenza. Tappa ombrosa nella faggeta secolare, molto piacevole dopo il caldo patito il giorno prima. Sosto per il pranzo nei pressi della chiesetta del Pratone dove una mandria di mucche sta pascolando. Mucche, cavalli allo stato brado e le nuvole di mosche al loro seguito saranno il leitmotiv di praticamente tutte le tappe successive. Riprendo il cammino e con meraviglia mi accorgo di essere ‘inseguito e inglobato’ dalla mandria che fino a pochi minuti prima sostava al pascolo: sono molto più veloci di me!! Presto attenzione perché sono numerose, hanno corna lunghe e il sentiero non è larghissimo. Arrivo alla fonte di Campitello Alta e qui imbocco il sentiero sbagliato: mi ero dimenticato di settare l’allarme GPS. Ritorno sui miei passi e mi riprometto per le tappe successive di inserirlo sempre.
In vista di Licenza telefono alla responsabile del comune, che avevo precedentemente contattato, per avvisarla del mio arrivo. Molto gentile mi dice di andare in piazza e di attendere Marina che mi accompagnerà alla Foresteria Comunale dove passerò la notte. Arrivato in piazza, mi torna alla mente il ricordo di una sosta pranzo fatta nella stessa piazza nel 2016, mentre percorrevo il cammino di San Benedetto che passa da Licenza. Dopo una decina di minuti arriva Marina che mi carica in auto per raggiungere la sommità del paese dove, all’interno del palazzo Orsini del XII secolo, c’è la Foresteria comunale. Entriamo, mi fa vedere i locali e come il comune ha ristrutturato e arredato gli ambienti per alloggiare i camminatori e i pellegrini che transitano da Licenza. Ha portato anche dei dolcetti locali come benvenuto, molto apprezzati. La location è fantastica, speravo di incontrare qualche altro camminatore, ma purtroppo sono solo. Speriamo che di notte non venga a farmi visita qualche fantasma Orsini. Dopo le solite corvée, esco per andare a cena, consigliato da Marina. Ottimi piatti, gustati pur trattenendomi.

02–08–20193 ª tappa (Licenza – Riofreddo):
Il mattino seguente il tempo è nuvoloso e comincia a piovigginare. Parto in direzione di Riofreddo pensando che smetterà presto: le previsioni davano sereno! La prima parte della tappa è in comune con il cammino di San Benedetto, ricordo che anche allora pioveva, penso: “Licenza uguale pioggia”. Mi dirigo verso i laghetti di Percile dove avevo letto della presenza di un rifugio del Parco dei Monti Lucretili. Nel frattempo la pioggia aumenta, a malincuore mi infilo la giacca a vento e metto il coprizaino. Guado un torrente e risalgo la sponda opposta. Comincio a girovagare a vuoto perché non riesco a trovare i segni del sentiero. In questi casi mi affido a ‘San GPS’ che come sempre compie il miracolo. Arrivo ai laghetti, la zona è molto suggestiva, confido di incontrare qualche turista. Mi dirigo verso il rifugio dove vorrei asciugarmi dalla pioggia e rifocillarmi un po’.
Nessuna presenza umana e il rifugio è chiuso. Entro comunque nel recinto del rifugio, stendo al sole la giacca a vento per asciugarla e mangio qualcosa. Riprendo il cammino fino all’arrivo a Riofreddo.
L’impressione che ne traggo è quella di un posto fuori dal comune. L’ambiente naturale è costituito da collinette che fanno da sponda alla strada, che porta verso il centro storico. Su queste collinette sono situate delle vecchie ville con un fascino retrò molto accattivante. Mi dirigo verso l’Albergo Ristorante Villa Celeste dove pernotterò. Anche l’albergo è un po’ retrò, come le sorelle di Benedetto proprietarie dell’albergo, ma la loro simpatia è unica. Decido di cenare in albergo, ma prima vado a fare un giro nel centro storico, piccolo ma molto carino. Faccio appena in tempo a rientrare in albergo che si scatena un temporale con pioggia torrenziale. Penso: “Per fortuna che non sono per strada…”

03–08–20194 ª tappa (Riofreddo – Cervara):
Partenza al mattino dopo la colazione in albergo. Scambio due chiacchiere con una delle sorelle di Benedetto, la tappa breve lo permette. Zaino in spalla mi dirigo verso il centro storico da dove parte la tappa. Appena fuori Riofreddo, sul sentiero incrocio un branco di galline che, spaventate dal mio arrivo, scappano in direzione opposta, così che il loro proprietario mi prega di fermarmi per permettergli di recuperarle e di farle rientrare nel pollaio. La prima parte della tappa si svolge in discesa fino ad arrivare al fondovalle dove si supera l’autostrada. Da qui in poi il tracciato sarà in salita in mezzo a quella che ho battezzato come la ‘selva Lacandona’. Infatti tra rovi, erba altissima e difficoltà a trovare i segni del sentiero, procedere è stato molto difficoltoso. Man mano che il sentiero saliva in quota la vegetazione si diradava e lasciava spazio a pratoni panoramici dove l’occhio poteva spingersi fino alla valle dell’Aniene ed oltre. Nel primo pomeriggio arrivo all’ostello La Locanda dell’Orso dove Chiara mi accoglie. L’ostello si trova in altura sopra Cervara. Questo esclude la possibilità di visitare Cervara, ma mi permette di accorciare la tappa successiva che sarà abbastanza lunga. Nei pressi dell’ostello c’è un osservatorio astronomico e la sera, dopo aver cenato, ho potuto partecipare ad una osservazione di pianeti organizzata da astrofili locali.

04–08–20195 ª tappa (Cervara – Livata – Jenne):
Il tragitto si snoda tra boschi e radure molto suggestive. A pochi chilometri da Livata in un’ampia radura, un pastore con gregge di pecore al seguito, urla e inveisce parole senza senso verso i suoi cani e le pecore. La cosa un po’ mi preoccupa, lui mi è davanti 50 m sul sentiero, quindi decido di stare a debita distanza. A un certo punto però lui si ferma come volesse aspettarmi. Io lo raggiungo e lo sorpasso di buon passo salutandolo. Risponde al mio saluto con un grugnito incomprensibile. Penso tra me e me che la solitudine è una brutta cosa. Arrivo a Livata intorno a mezzogiorno e, a differenza della mattinata dove, a parte il pastore, non ho incontrato anima viva, mi ritrovo in una bolgia umana. Mi fermo all’ombra per mangiare qualcosa e riprendo il cammino in direzione di Jenne. Arrivato alla strada provinciale sbaglio sentiero e, non avendo impostato l’allarme GPS, mi ritrovo con 200 m di dislivello e un’ora di cammino in più nelle gambe! Arrivo al rifugio della forestale in località Fondi di Jenne dove è in corso un’adunata di boy scout. Mi fermo per riposare, ma per poco, la voglia di arrivare ha il sopravvento. Giornata no: appena superato il rifugio perdo i segni e solo dopo aver girovagato per mezz’ora finalmente ritrovo il sentiero. Penso: “la stanchezza trasforma le cose semplici in cose complicate”. Finalmente arrivo a Jenne, chiedo ad un passante dove si trova la Trattoria B&B La Villetta dove passerò la notte. In risposta ottengo “fuori paese in altura” che mi pare proprio la giusta conclusione di una tappa ‘complessa’. La sistemazione è un po’ spartana, però accogliente e la cena di buona qualità. Anche se molto stanco, decido di andare a visitare il centro del paese, piccolo ma molto carino.

05–08–20196 ª tappa (Jenne – Trevi nel Lazio):
Partenza dopo colazione, mi aspetta una tappa tutto sommato non lunga ma con dislivelli importanti. Scendo in paese e ne esco percorrendo un tratto di strada provinciale da dove, dopo qualche chilometro riprendo il sentiero in salita verso Trevi, da dove lo sguardo può spaziare sulla valle dell’Aniene. Ridiscendo fino ad incrociare la strada provinciale dove una fontana mi attende per riposare e pranzare. Riprendo il cammino in salita molto ripida. Nei pressi di una staccionata mi vengono incontro due cani pastore, ringhiandomi e abbaiandomi contro minacciosamente. Mi spavento sapendo che sono lì per difendere il gregge da qualsiasi aggressore, e io potrei esserlo… Mi faccio coraggio e avanzo in salita seguendo il sentiero a passo svelto e controllando che i cani non si avvicinino troppo. Guadagno terreno, in salita, ansimando parecchio per lo sforzo, con il risultato che i cani demordono e smettono di seguirmi. Scollino e in un tratto di sentiero pianeggiante vedo in lontananza un lupacchiotto in una piccola radura. Mi fermo per osservarlo meglio, lui mi sente e scompare velocemente nel bosco. Arrivo a Trevi nel primo pomeriggio e scopro che l’Albergo Ristorante il Parco dove passerò la notte si trova a più di 3 km da Trevi. Sosto al bar per bere qualcosa di fresco, dove mi dicono che c’è un autobus che va in quella direzione, quindi lo prendo e arrivo all’albergo. Qui mi attendevano Mariano e Mirella, fratelli che gestiscono l’albergo e il ristorante. Spiego loro che il giorno seguente ho una tappa dura e che parte da Trevi. Mariano mi spiega che esiste un percorso alternativo che si ricongiunge al tragitto ufficiale permettendomi di evitare di tornare a Trevi. Ottima cena preparata da Mirella. A letto presto.

06–08–20197 ª tappa (Trevi nel Lazio – Morino):
Sveglia all’alba, colazione ‘self made’ dato l’orario. La ‘madre di tutte le tappe’, come ho ribattezzato questa tappa, richiede di partire molto presto. Alle 6,30 parto percorrendo in discesa la variante che Mariano mi ha insegnato la sera prima per evitare di tornare a Trevi. Raggiungo il ponte romano di San Teodoro, dove ritrovo il sentiero ufficiale che sale con pendenza costante, penetrando nella faggeta secolare di cui avevo letto essere addirittura patrimonio UNESCO. Ad una curva del sentiero mi imbatto in due lupacchiotti che, non avendomi né visto, né sentito arrivare, se ne stavano tranquilli. Io cerco il cellulare per fare una foto ed in quel momento si accorgono della mia presenza. Quello più vicino a me caccia un urlo di paura ed insieme al fratello schizza via in mezzo al bosco. Subito penso che tutto sommato non mi sono imbattuto in lupi adulti… Riprendo il cammino. Dato che la tappa è parecchio lunga, vedo di accelerare e finalmente giungo alla fonte del Pozzotello circondata da un branco di cavalli bradi che si abbeverano. Lì incontro una famigliola in gita e penso: “finalmente qualche presenza umana”. Erano almeno tre tappe che non incontravo nessuno! Chiedo loro da dove vengono, dato che siamo a 1850 m. Mi rispondono che c’è una strada che praticamente arriva a poca distanza dalla fonte. Aspetto che i cavalli liberino la fonte così da poter riempire le borracce e mangiare qualcosa, quindi leggo i segnali dei sentieri: uno di questi indica il sentiero per il monte Crepacuore e penso: ”Nome che è tutto un programma!”. Senza perdere troppo tempo riprendo il <b>cammino fino al Passo della Selvastrella, dove il panorama è veramente imponente.</b> Da qui inizio a scendere, dapprima su roccia poi nella faggeta dove perdo il sentiero almeno un paio di volte, sempre soccorso dal GPS. La stanchezza comincia a farsi sentire. Arrivato vicino alla riserva dello Zompo lo Schioppo devo decidere di non andarci, anche se mi dispiace molto: è tardi e non vedo l’ora di arrivare al B&B Villa Benice. Alle 17,30, dopo 11 ore di tappa, finalmente arrivo a destinazione, dove Annamaria mi ha lasciato le chiavi per entrare, dato che lei rientrerà dopo cena. Doccia agognatissima, bucato e poi cena all’Orange Caffè, ahimè a 1,5 km dal B&B. Rientro presto e trovo Annamaria. Facciamo due chiacchiere e le chiedo come posso raggiungere, il mattino seguente, Civita d’Antino coi mezzi. Lei mi dice che non ci sono mezzi, però conosce la mamma dell’autista dell’autobus che fa servizio tra Civita e la stazione F.S. in fondo valle. Le telefona e si accorda con lei per farmi dare uno strappo fino alla stazione dove potrò prendere l’autobus del figlio. Persone squisite che meritano un particolare ringraziamento per la grande disponibilità.

07–08–20198 ª tappa (Morino – Civita d’Antino – Villavallelunga):
Sveglia presto e colazione in autonomia. Raggiungo il posto del rendez-vous con la mamma dell’autista che poco dopo arriva in auto, mi carica e mi porta al bar di fronte alla stazione. Offro la colazione (è il mimino che posso fare), la ringrazio e la saluto. Poco dopo arriva l’autobus, condotto dal figlio, che salirà a Civita. Arrivo alla bella fonte-lavatoio molto suggestiva da dove parte il sentiero in direzione di Villavallelunga. La salita è graduale e offre la possibilità di spaziare lo sguardo fino alla riserva dello Zompo lo Schioppo. In altura, attraverso pratoni utilizzati come pascoli, arrivo al rifugio del Cai, dove spero di incontrare qualche umano. E invece nessuno! Mi fermo per mettere qualcosa sotto i denti. Il rifugio è ben tenuto e rifornito di beni di prima necessità. Ne approfitto per prendere un po’ d’acqua in quanto la giornata è molto calda e non ci sono fonti lungo il cammino.Riprendo il cammino in discesa. In prossimità di Collelongo devio dalla traccia GPS per accorciare un po’ la tappa: è molto caldo e la stanchezza accumulata nella tappa precedente comincia a farsi sentire. Arrivo all’ingresso di Villavallelunga, percorro la strada principale che l’attraversa tutta fino ad arrivare al B&B La Gardenia dove passerò la notte. Qui trovo Nella, contattata precedentemente, che mi attende. Molto disponibile, le chiedo dove poter cenare. Mi indica la pizzeria trattoria Al Torrente Rosa che però è abbastanza distante, dice, le rispondo che oramai mi ci sono abituato a dover camminare per andare a cenare… Dopo aver svolto le solite faccende, raggiungo il ristorante (4km andata e ritorno) dove il menù propone piatti veneti. Curioso, chiedo. I proprietari infatti sono originari nel nord. Rientro e vado a dormire.Verso le tre di notte vengo però svegliato dalle voci (in inglese) di due ragazze nella camera attigua alla mia. Penso: “Saranno turiste straniere che devono raggiungere l’aeroporto”. Torno a dormire.

08–08–20199 ª tappa (Villavallelunga – Pescasseroli):
Il mattino seguente ottima colazione al bar attiguo al B&B gestito da Nella a cui racconto del risveglio notturno. Lei mi spiega che le due ragazze sono volontarie dell’area recupero degli Orsi del Parco e che la sveglia così anticipata era perché andavano a controllare delle postazioni per l’osservazione dell’orso marsicano. Una di queste volontarie incredibilmente veniva dagli USA (ecco il perche dell’inglese!).
Vado in piazza alla fonte a riempire le borracce e mi incammino in direzione di Pescasseroli. All’inizio il sentiero in mezzo al bosco è molto suggestivo e tocca alcune fonti molto interessanti dove regolarmente sostituisco l’acqua delle borracce. In prossimità della fonte Astuni vi è un campo di boy scout. Mentre riempio le borracce osservo il viavai dei ragazzi, svegli da poco, intenti a preparare la colazione. Poco oltre il sentiero lascia il posto ad una strada asfaltata che corre in fondo ad una valle chiusa dove sono i Prati d’Angro. Arrivo ad una spianata nei pressi di un vecchio abbeveratoio, dove l’acqua è un lontano ricordo. Lì ci sono tavoli per pic-nic dove<b> trovo una decina di persone intente a disegnare. Mi siedo per mangiare qualcosa e chiedo: sono un gruppo di artisti ornitologi che si trovano sul posto per ‘fotografare’ sulla carta gli uccelli della zona. Dopo aver scambiato due parole con qualcuno di loro, riprendo il cammino. Lasciata la strada, mi inerpico su un sentiero che ripidamente arriva al Passo di Schiena d’Asino. Mi fermo per riprendere fiato e pranzare, prima di ridiscendere ed arrivare a Pescasseroli al B&B del Sangro dove Antonella mi sta attendendo. Ottima cena, su consiglio di Antonella, alla trattoria da Armando. Dopo faccio un giro in paese. La piazza principale è piena, siamo quasi a ferragosto. Pescasseroli è presa d’assalto dai turisti in cerca di frescura. Non sono più abituato a vedere tanta gente. Rientro in albergo dove Antonella sta festeggiando il compleanno della mamma con parenti e amici. Fa comparire una torta fantastica che carinamente mi offre. Già appesantito dalla cena non proprio spartana, accetto e penso: “Domani faccio la tappa di corsa per smaltire la serata mangereccia”. Vado a dormire satollo.

09–08–201910 ª tappa (Pescasseroli – San Donato Val Di Comino):
Il mattino si presenta come la continuazione della sera precedente: ricca colazione con ottime torte preparate da Antonella: come si fa a trattenersi?! Zaino in spalla, imbocco una strada bianca che poi diventa sentiero che sale nel bosco intervallando attraversamenti di grandi pratoni dove mandrie di mucche al pascolo lottano come me contro nuvole di mosche. Arrivo a Forca d’Acero, spartiacque tra Abruzzo e Lazio, ed inizio la discesa, con tratti nel bosco e tratti di strada bianca, verso San Donato Val Di Comino dove arrivo nel primo pomeriggio. Il caldo è notevole, mi siedo ad un bar nel centro per dissetarmi con qualcosa di fresco. Chiedo dove si trovi l’agriturismo La Pietracquara, mi dicono che si trova a 2,5 km dal centro, per fortuna in discesa. Mi rimetto in cammino ed arrivo all’agriturismo. Entro nel cortile e mi presento. La signora fa una faccia stupita dicendomi che non aspettava nessuno. Io avevo avvisato del mio arrivo qualche giorno prima, però non avevo richiamato. Dopo qualche consultazione con la madre si chiarisce il qui pro quo e così posso accedere alla camera per l’agognata doccia, seguita dal bucato giornaliero. Ottima cena presso l’agriturismo, seguita da una tranquilla chiacchierata prima del riposo.

10–08–201911 ª tappa (San Donato Val Di Comino – Santuario Madonna del Canneto):
Dopo colazione chiedo alla proprietaria se può darmi uno strappo fino in paese, dato che la tappa parte da lì, per evitare di aggiungere i 2,5 km, in salita però, fatti il giorno prima. Visti i precedenti, telefono a don Antonio, rettore del Santuario della Madonna del Canneto, dove, presso la Casa del Pellegrino, avrò ospitalità per la notte. Raggiunto in auto il centro del paese, imbocco la strada asfaltata posta all’inizio che sale gradatamente passando per qualche frazione di San Donato. In una di queste faccio l’incontro con il solito cane slegato che mi ringhia e abbaia contro. Lo supero velocemente stando attento a che non mi segua. La strada si trasforma in sentiero molto ripido che sale fino a quasi raggiungere il rifugio di Valle Fischia. Da qui ridiscendo in direzione di Settefrati, percorrendo una strada bianca. A qualche chilometro dal paese la traccia GPS abbandona la strada per avventurarsi su un sentiero che dopo qualche centinaio di metri scompare nel mezzo di una vegetazione che lascia intravedere tracce di una antica cura umana ma che ora è lasciata a se stessa.Decido di proseguire seguendo come posso la traccia sul GPS e questa scelta si rivelerà sbagliata. Avrei dovuto fare dietrofront e seguire la strada fino a Settefrati. Infatti, dopo vari tentativi di superare barriere naturali invalicabili e conseguenti frequenti ritorni sui miei passi, riesco a raggiungere una sterrata che dal letto del torrente risale verso il paese. Il costo finale è gambe sanguinanti per i graffi della vegetazione e almeno un’ora in più di cammino!! Raggiungo il centro di Settefrati esausto, anche perché il caldo ha dato il suo contributo, dove un ‘santo’ bar mi aspetta. Mi rifocillo con un buon gelato e acqua fresca prima di ripartire in direzione del Santuario. Esco dal paese per strada asfaltata in salita fino ad un tornante dove imbocco il sentiero che, sempre in salita, raggiunge la strada per il santuario presso un monumento al pellegrino, dove mi fermo a riposare e a mangiare qualcosa. Riprendo il sentiero che attraverso una faggeta secolare arriva al Santuario. La location è suggestiva, la val Canneto è molto bella. Qui trovo parecchi turisti e devoti alla Madonna in visita al Santuario. Io sono parecchio stanco e non vedo l’ora di fare una doccia. Entro nel negozio di souvenir del santuario dove trovo i gestori dell’accoglienza che mi portano alla camera dove passerò la notte. Credo di essere l’unico ‘pellegrino’ nella struttura, dove però soggiornano anche due sacerdoti di colore in forza al Santuario in quanto la settimana seguente sarà la festa annuale e sono previsti tanti arrivi di devoti.
Espletate le solite corvée, esco per fare due passi intorno al Santuario, la cena è per le 19,30 giù in refettorio. Spinto dalla fame mi avventuro un quarto d’ora prima, ma vengo sgridato dalle cuoche. Col capo cosparso di cenere risalgo in camera. Attendo l’orario canonico e ridiscendo. Mi ritrovo a sedere alla stessa tavola con i gestori del negozio, due suore più che simpatiche, i due preti di colore, le due cuoche e don Antonio che finalmente conosco di persona. Quest’ultimo è decisamente il riferimento del gruppo, si siede a capotavola e fa domande sul perché del mio cammino. Io spiego le mie ragioni e si finisce col parlare un po’ di tutto con gli interventi delle due suore che con un’ironia insospettata fanno sorridere tutto il gruppo, prendendo in giro tutti a turno. Piacevole e inaspettata serata. Mi ritiro presto in camera a dormire, la mattina seguente voglio partire presto. Mi attende l’ultima tappa lunga e con parecchio dislivello.

11–08–201912 ª tappa (Santuario Madonna del Canneto – Civitella Alfedena):
Sveglia e colazione in refettorio dove però mancano le due suore. Dopo colazione passo a salutarle all’interno del Santuario. Riempio le borracce e prendo anche una bottiglietta in più, la tappa sarà lunga e priva di fonti d’acqua. Mi incammino per la strada bianca che risale la valle gradatamente fino alle pendici dei monti della Meta dove il sentiero si inerpica molto ripido fino a raggiungere Forca Resuni a quota 1952 metri, dove è il rifugio omonimo, preso d’assalto da un gruppo organizzato con guida che si sta rifocillando prima di ridiscendere verso Civitella Alfedena. Il rifugio è in uno stato pietoso, mi siedo dove posso per riprendermi dalla salita e per mangiare il mio pasto di mezzogiorno. Scambio due parole con la guida chiedendo dove si possono vedere i camosci di cui avevo letto la presenza. La risposta è che troppe presenze umane fanno sì che i camosci se ne stiano in disparte e non si facciano vedere. Il panorama è comunque suggestivo. La comitiva riparte in discesa ed io la seguo dopo un quarto d’ora. La prima parte della discesa è molto spettacolare in mezzo alle rocce e con vedute a perdita d’occhio, la seconda è immersa nel bosco fino<b> all’arrivo a Civitella. Qui mando il solito messaggio “tutto OK” che invio a mia sorella alla fine di ogni tappa. Non vado come al solito direttamente in albergo, ma mi fermo su di una panchina in una piazzetta con fonte annessa. Forse voglio prolungare questo momento più del normale. Sulla stessa panchina un signore con qualche anno più di me si sta gustando un ‘toscano’. Parliamo del più e del meno. Lui mi confessa che viene in vacanza a Civitella da un’eternità, io gli rispondo che per me è la prima volta. Dopo una mezz’ora mi decido, raggiungo Mariantonietta all’albergo Antico Borgo la Torre. Mi chiede se voglio fare il timbro sulla credenziale, è la prima e unica volta che me lo sento chiedere. Rispondo che non esiste una credenziale o almeno io non l’ho trovata. Esco per festeggiare il completamento del cammino, ma ho difficoltà a trovare posto al ristorante. Lo cerco in alcuni fino ad approdare al Guado della Valle. Il mattino seguente, non senza difficoltà (tre autobus e treno), rientro a Modena.

Conclusioni:

Sono contento di rientrare a casa e contento di aver concluso senza grandi problemi il cammino. Sono anche convinto però che dopo qualche giorno la nostalgia mi assalirà e la voglia di ripartire supererà quella di essere tornato a casa.

Il cammino è stato molto impegnativo e faticoso, ma mi ha regalato molte piacevoli sensazioni. La normale apprensione dovuta al fatto di affrontare da solo un cammino così impegnativo è stata mitigata dalla soddisfazione di riuscire nell’intento.
Ho trovato poche persone lungo il cammino, ma nelle strutture che mi hanno ospitato ho avuto un’ottima accoglienza e una grande disponibilità. Ringrazio tutti di cuore.

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