Incomprensione       8a

BIOLOGIA

Gerarchia

 

La vita del lupo si svolge nel branco, che altro non è se non la sua famiglia. Un branco infatti è formato, seppur con eccezioni, dal maschio e dalla femmina dominanti, la cosiddetta coppia “alfa”, e dai loro cuccioli nati nell’anno in corso o degli anni precedenti ma che non hanno ancora lasciato il branco di origine. I branchi di lupi appenninici solitamente non superano i 6-7 individui, ma la dimensione del branco è molto variabile nel tempo, non solo da un anno all’altro ma anche in periodi diversi dello stesso anno. Non sempre infatti i membri del gruppo si spostano tutti insieme.
All’interno del gruppo vige una sorta di gerarchia utile a regolare i rapporti sociali fra i membri del branco, generalmente espressa come gerarchie maschile e femminile separate fra loro, dove l’individuo dominante oltre ad essere l’individuo più prestante è anche quello con maggiore esperienza. Le decisioni nella vita quotidiana relative alla caccia, alla difesa del territorio e più in generale su cosa e come fare, vengono prese dalla coppia dominante del branco e ogni altro membro sa quale ruolo ricoprire nelle varie situazioni. In questo contesto la comunicazione assume un ruolo fondamentale, attraverso la mimica di tutto il corpo gli animali dichiarano il loro ruolo. Solo la coppia dominante è in genere quella che si riproduce e questo fattore contribuisce alla regolazione naturale della popolazione di lupi.

 

 
 

STORIA

Quando non c'era più

Fino al 1800 il lupo era presente in tutti i Paesi continentali europei. Nel corso del XX secolo, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, la specie divenne vittima di uno sterminio che coinvolse tutta l’Europa centrale e settentrionale, dovuto all’inasprimento dei sentimenti dell’uomo nei suoi confronti, in quanto considerata come minaccia per le sue attività. Solo piccolissime popolazioni sopravvissero in Italia, Spagna e Grecia.
Fino agli anni ’60 in Italia il lupo era considerato dalla legge un animale nocivo, pertanto ne era consentito l’abbattimento con ogni mezzo. Anche all’interno degli storici Parchi Nazionali d’Abruzzo e del Gran Paradiso, il personale effettuava la caccia al lupo per proteggere i pregiati ungulati simbolo della montagna: il camoscio appenninico di cui rimaneva un’unica popolazione in Abruzzo e lo stambecco, altrimenti estinto in tutto l’arco alpino.
A causa delle continue persecuzioni, della mancanza di prede selvatiche ma anche della riduzione degli habitat favorevoli dovuta all’antropizzazione del territorio, solo un centinaio di individui sopravvisse sulle zone appenniniche più isolate, mentre nelle regioni alpine e in Sicilia la specie venne completamente eliminata tra gli anni ’20 e ’40.

 
 

CURIOSITA'

Cattivo per cultura

 

A differenza delle epoche precedenti, in cui il lupo aveva una valenza positiva, come per esempio per gli antichi Romani, popolo guerriero che s’identificava col lupo, nel Medioevo, quando la maggior parte della popolazione era dedita ad attività agricole la pastorizia aveva un ruolo importante nell’economia rurale, era diffusa in Europa una visione negativa del lupo, potenziale predatore delle greggi.
Già all’epoca di Carlo Magno si affermò la figura del ”luparo”, cacciatore di professione che stanava ed eliminava quello che era considerato il predatore più feroce e pericoloso. Per la protezione offerta alla comunità i lupari venivano lautamente ricompensati, dalle istituzioni o dalla popolazione, presso la quale godevano di buona fama. I lupi venivano catturati con lacci, tagliole e fosse scavate nel terreno, avvelenati o uccisi con la tipica “lupara”, un fucile caricato a pallettoni, e i cuccioli trovati nelle tane venivano prelevati e lasciati morire di fame.
Questa figura sopravvisse in Italia fino al secolo scorso, quando in molte zone della penisola insieme agli ultimi esemplari di lupo scomparvero ufficialmente anche i loro cacciatori e la specie venne dichiarata protetta. A testimonianza della pessima reputazione del lupo nella cultura del nostro Paese e delle credenze radicate nella popolazione, rimangono le copertine della rivista “La Domenica del Corriere” dei primi del ‘900, che ritraevano tra l’altro improbabili assalti all’uomo da parte di orde di lupi famelici. In realtà non si sono registrati attacchi ad esseri umani negli ultimi due secoli circa.

 

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